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- ROMA - 09/03 - RAIDERS OF THE LOST ARP @ Lanificio 159
- ROMA - 09/03 - DIXON @ Rashomon
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Un piccolo prologo.
Nel 2003, grazie a un concorso per giovani DJ, i parigini Justice coniarono un singolo, We Are Your Friends, una micidiale bomba sonora a base di voce, basso funky e batteria che da lì a poco la gente avrebbe desiderato canticchiare o ballare in qualsiasi luogo, discoteca o supermercato che fosse.
Trattavasi di una canzone stupenda, ed era un remix di Never Be Alone, pezzone simil post-rock dei Simian uscito nel 2002. La versione del duo francese, però, era completamente differente dalla versione originale. Venne infatti rivisitata in maniera così spettacolare che lanciò i Justice verso un successo esplosivo, e i Simian verso una decisione altrettanto esplosiva: quella di sciogliersi.
Tuttavia, la carriera di questi ultimi non sarebbe finita qui: da lì a poco si sarebbero creati due rami dello stesso gruppo, da una parte i Simian Mobile Disco, che avrebbero allargato la cerchia della scena cosiddetta Nu Rave; dall’altra i The Black Ghosts, la parte più radio-friendly ma –allo stesso tempo- anche la più misconosciuta. Quella, ebbene sì, di cui vi parlerò oggi.
I The Black Ghosts sono nati ufficialmente nel 2006, e –bisogna ammetterlo- sono forti. Sono la band dell’ex leader dei Simian, Simon William Lord, e del DJ Theo Keating. Come molti artisti della loro generazione, hanno preso quel che volevano, da chiunque: i suoni e la forma canzone li hanno presi dal rock, la ballabilità e le basi sintetiche, invece, dall’elettronica più futuribile. Hanno shakerato il tutto con una magistrale conoscenza del pop, e da lì è nata una musica prepotente. Immediatamente riconoscibile, irresistibilmente ballabile e colma di clichè ben sfruttati quanto di trovate largamente innovative. Una gran bella musica, insomma, che li ha portati anche a fare un disco eponimo, nel 2008, e a piazzare una buona quantità di singoli in classifica. Repetition Kills You è uno di questi.
La canzone di per sé è il riassunto perfetto delle caratteristiche descritte sopra, solo che -menzione speciale- a collaborare col duo c’è il famigerato Damon Albarn, che di questi tempi pare credere più nei propri side-project che nella sua vera band, i Gorillaz. O forse i Blur, visto che li ha appena riuniti (sì, è un tipo indaffarato).
Fatto sta che per il video di questa canzone si avvalgono di persone che probabilmente non saranno manco attori (si divertono troppo: o li hanno pagati un boato o li hanno ubriacati a dovere), piuttosto amici e tizi presi a caso per strada, che con fare assolutamente non serio mettono in moto effetti visuali che più caserecci non si può, ma dall’impatto -e con un ritmo- spettacolare, dove il testo della canzone compare parola per parola su una moltitudine infinita di cappellini da baseball, a cui gli allegri soggetti del videoclip fanno fare le combo e le comparsate più impensate, a metà tra un esperimento di montaggio creativo e la pura ipnosi audiovisiva. Un’integrazione perfetta tra intrattenimento nudo e crudo e la subliminale imposizione della memorizzazione del testo. Roba che, in alcuni punti, potrebbe fare invidia a Michel Gondry.
Avete davanti un video ottimo, e divertente. Bello anche se ci vuole solo distrarre un attimo.
Se poi v’interessa capire come si può fare un buon video senza dover contare su produzioni milionarie, bè, allora ve lo gusterete il doppio.
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